Qua c’è il comunicato ufficiale dell’ UPB che è molto più completa (ma difficile da capire): Nota di lavoro n. 1/2026 “La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche” – upB

    dal 1990 a oggi, che quantifica la caduta: le retribuzioni lorde sono scese in media del 6,6 per cento in termini reali nell’arco di trentacinque anni.

    Non è solo una questione di quanto pesa la busta paga, ma di come si è spaccato il mercato del lavoro attorno a essa. Alla dinamica salariale piatta, rileva l’Upb, si è sommata la diffusione del part-time e una segmentazione crescente per settore, tipo di contratto e qualifica. Il risultato è una forbice più larga tra le retribuzioni lorde, con i salari che restano al palo e nodi irrisolti sul piano dell’equità e della tenuta nel tempo.

    Il numero dell’Upb non arriva isolato. Da anni l’Ocsesu dati Eurostat, colloca l’Italia in una posizione anomala tra le economie avanzate: nel periodo tra il 1990 e il 2020 è l’unico Paese dell’area in cui il salario medio annuo, misurato a prezzi costanti, è diminuito anziché crescere. Nello stesso arco di tempo i salari sono più che triplicati nei Paesi baltici e raddoppiati in alcune economie dell’Europa centrale.

    Il quadro non è migliorato con lo shock inflazionistico degli ultimi anni. Secondo l’Employment Outlook dell’Ocse, a inizio 2025 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto al 2021, il peggior risultato tra le grandi economie dell’organizzazione. Un recupero parziale è cominciato dal 2024trainato dal rientro dell’inflazione e dal rinnovo di alcuni contratti collettivi, ma il ritorno ai livelli pre-crisi resta lontano. Sullo sfondo, una differenza strutturale con buona parte del continente: l’Italia è tra i pochi Paesi dell’Unione senza un salario minimo fissato per legge, strumento adottato da 22 dei 27 Stati membri.

    È su questo terreno che l’Irpef ha assunto un peso via via maggiorefunzionando da correttivo delle disuguaglianze che nascono a monte, nel mercato del lavoro. Due passaggi hanno spostato l’asse dell’imposta: l’introduzione del bonus Irpef nel 2014 e la riforma del 2025, che ha trasferito dentro l’imposta gli sgravi contributivi. Per i redditi da lavoro dipendente bassi e medi il prelievo è calato; per quelli alti è invece salito, soprattutto per effetto del drenaggio fiscalecioè della mancata indicizzazione degli scaglioni all’inflazione, che nel tempo spinge i contribuenti verso aliquote più pesanti senza che il reddito reale cresca.

    https://lespresso.it/c/economia/2026/7/21/salari-reali-italia-2026-1990-ufficio-parlamentare-di-bilancio/63576

    di sr_local

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