
Il dibattito pubblico in Israele (in ebraico) su Gaza è molto diverso da quello presentato in Occidente. All’interno del paese, soprattutto nei media in lingua ebraica e nel discorso politico, c’è pochissimo sforzo nel nascondere il tono militarista e spesso disumanizzante. Figure politiche di primo piano, tra cui Netanyahu e Smotrich, hanno utilizzato riferimenti biblici come quello di Amalek per giustificare un approccio di “guerra totale” contro Gaza. Politici e commentatori dell’estrema destra su canali come Channel 14, spesso descritto come l’equivalente israeliano di Fox News, incoraggiano apertamente una narrativa di distruzione ed eliminazione dei palestinesi.
Nella sfera pubblica ebraica esiste anche un chiaro tabù attorno all’uso del termine “genocidio” per descrivere le azioni israeliane. Proprio per questo è stato particolarmente significativo che due delle principali organizzazioni per i diritti umani del paese, B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel, abbiano infranto questo tabù nel luglio 2025 definendo la campagna israeliana a Gaza come un tentativo deliberato di distruggere la società palestinese. La reazione è stata durissima, a dimostrazione di quanto sia polarizzante l’uso stesso di questa parola dentro Israele.
Sui social e per le strade, gruppi di attivisti di destra sono stati filmati mentre distruggevano gli aiuti umanitari, rafforzando il messaggio che cibo e medicine non devono raggiungere Gaza. La linea ufficiale del governo afferma, a beneficio degli occidentali, che gli aiuti arrivano regolarmente e in modo generoso, ma quasi nessun israeliano sembra crederci davvero, indipendentemente dall’orientamento politico. Le famiglie degli ostaggi israeliani sono una delle poche voci organizzate a chiedere moderazione, anche se i loro appelli si concentrano principalmente sulla protezione degli ostaggi e non sull’empatia verso i palestinesi. A sinistra, voci dissidenti — attivisti pacifisti, refusenik che rifiutano il servizio militare, e alcuni intellettuali — hanno denunciato la guerra come genocida, ma la loro influenza resta marginale e spesso stigmatizzata.
All’estero, la narrativa assume una forma diversa. Negli Stati Uniti e in Europa, i media mainstream tendono a usare un linguaggio più morbido o neutrale, evitando accuratamente termini come “genocidio” o “pulizia etnica”. Documenti interni del New York Times, emersi nell’aprile 2024, consigliavano ai giornalisti di non usare termini come “Palestina”, “campi profughi” o “territorio occupato” nei reportage su Gaza. Un’analisi linguistica di migliaia di articoli ha mostrato che parole come “massacro” sono state usate oltre cento volte per vittime israeliane ma quasi mai per quelle palestinesi.
Nel frattempo, nel mondo accademico e nei movimenti per i diritti umani in Occidente, il termine genocidio ha trovato molto più spazio. Nel settembre 2025 l’International Association of Genocide Scholars ha dichiarato formalmente che le azioni israeliane a Gaza rispondono alla definizione legale di genocidio. Commentatori come quelli del Guardian hanno sottolineato che i palestinesi avvertivano già dal 2023 del rischio di genocidio, ma non sono stati presi sul serio finché organizzazioni occidentali non hanno adottato questa terminologia.
Questa divergenza mostra l’esistenza di una doppia narrazione. In Israele, in ebraico, il dibattito è plasmato da retoriche militariste e spesso apertamente eliminazioniste, con pochissimo spazio per l’empatia verso i palestinesi. In inglese e nei contesti occidentali, invece, la narrazione viene rielaborata per apparire più difensiva, moderata e ripulita, con richiami agli aiuti umanitari e alla legittima difesa di Israele. Le due versioni coesistono, una per il consumo interno e l’altra per la diplomazia internazionale, e il divario tra esse è diventato sempre più evidente grazie all’azione della società civile, del mondo accademico e di alcune organizzazioni per i diritti umani che hanno iniziato a contestare la versione ufficiale.
Collegamento:
https://en.wikipedia.org/wiki/amalek
https://www.newyorker.com/magazine/2025/01/20/netanyahus-media-poison-machine
https://www.reuters.com/business/media-telecom/israeli-groups-groups-break-taboo-with-accusations-genocide-2025-07-30
https://en.wikipedia.org/wiki/media_coverage_of_the_israeli%E2%80%93Palestinian_Conflict
https://apnews.com/article/9b24a48075b1d150b9bba8a8ae911cd2
https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/aug/30/israel-gaza-palestine-genocide
Ora, la mia domanda (retorica) è questa: se per il governo israeliano l’opinione degli occidentali non contasse nulla, perché si assumerebbe l’onere di portare avanti due narrazioni parallele? Perché spendere soldi in pubblicità e influencer se la nostra indignazione fosse irrilevante? Potrebbe benissimo attenersi alla stessa narrativa interna e fregarsene.
Probabilmente perché ne hanno bisogno. Hanno bisogno della complicità dell’occidente, lo dimostrano con i fatti. Uno Stato in guerra non spende milioni di dollari per una campagna di informazione che non serve a nulla, piuttosto ci compra più armi.
Allora se per loro la nostra percezione e la nostra opinione contano, vuol dire che fare informazione e sfidare la narrazione ufficiale è utile.
Ci sono due diverse narrazioni su Gaza nella società Israeliana, una più onestamente violenta in ebraico e una molto più edulcorata in inglese a beneficio degli occidentali. Perché?
byu/SupportSure6304 initaly
di SupportSure6304
8 commenti
Ma che domanda è perché? Ti faccio rispondere da Colapesce e Di Martino
E allora sì, propaganda, propaganda
Non c’è più niente che mi manca
E allora sì, propaganda, propaganda
La risposta ad ogni tua domanda
Ma che occhi grandi che ho (oh-oh)
Che bella felpa che ho (oh-oh)
Che bel sorriso che ho (oh-oh)
Non mi puoi dire di no (oh-oh)
E allora sì, propaganda, propaganda
Propaganda, propaganda
La propaganda è “l’attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni”[1] ovvero il “conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione per raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano il processo”[2]. In antitesi alla propaganda dovrebbe essere la pura e semplice esposizione dei fatti nella loro completezza ovvero la descrizione della realtà nella sua interezza
Non mi soffermo sul resto ma la “International association of genocide scholars” sono 4 gatti che hanno creato questa “associazione internazionale” a Gerusalemme relativamente recentemente, quindi non la prenderei troppo sul serio, per il resto credo che sia intelligente diffidare di entrambe le parti in una zona di guerra.
Non credere a nulla perchè entrambe le parti hanno forti incentivi a mentire e, di fatto, entrambe le parti mentono.
Per formare un’opinione il più vicino possibile all’oggettività l’unico metodo è leggere libri pre 1948 e da lì fare “inferenza”.
Qualcosa post 1948 di oggettivo c’è, ma è difficile da trovare, soprattutto è difficile capirne l’infaziosità
Perché se usasse gli stessi toni che usa in ebraico non esisterebbe più alcun appiglio per giustificare le loro azioni naziste e le marionette della propaganda sionista genocida come giulio e il sirenide dovrebbero andare a lavorare o a fare l’elemosina sotto i ponti per mantenersi, visto che mamma nazistaele non li potrebbe più pagare per la propaganda che sputano.
Oh no sono in guerra e usano toni militareschi sui media, chissà come mai? E invece i media Palestinesi, Iraniani, ecc. cosa dicono di Israele? Scommetto che ne parlano bene, vero?
Risposta facile:
https://preview.redd.it/cby6nqslcwnf1.jpeg?width=1280&format=pjpg&auto=webp&s=ffcdc4e5274239f0b197ec02446e1c382b64c091
Per via della barriera linguistica, un po’ come a leggere Al Jazeera in arabo o in inglese o ascoltare i proclami dell’autorità palestinese in inglese o in arabo.
È tremendamente comune che in conflitti del genere le parti in causa usino i media in lingua inglese per ingraziarsi l’opinione pubblica internazionale (specie se le lingue locali, cioè ebraico, arabo, russo, ecc., non sono così note in Occidente e in altre zone del mondo). Per dirla in maniera crudelmente realistica, è una questione di pubblico di riferimento: i media locali sono rivolti al fronte interno e cercano di galvanizzarlo verso l’obiettivo di turno, mentre quelli rivolti ad un pubblico internazionale puntano ad ingraziarsi la comunità internazionale ed attirare consensi verso le azioni dello Stato di turno.
Non per fare benaltrismo, ma giusto per fare un confronto: Al Jazeera English non usa lo stesso tono (né ha la stessa linea editoriale) della controparte in lingua araba, così come RT ha un linguaggio diverso rispetto al talk politico medio di Pervyj Kanal.
Chiaramente bisogna distinguere tra i canali di comunicazione a favore e/o finanziati dai governi in questione e quelli indipendenti, ma spesso i primi prevalgono sui secondi anche solo per capacità di proiezione.